Giovanni Grosso e “L’uomo che trasportava terra”

Giuseppe Brosio, provato dalla perdita prematura della moglie, avvenuta quattro anni prima, si sta riprendendo dal duro colpo subito cercando in qualche modo di ricostruirsi una vita. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando, un vecchio amico dal passato non proprio immacolato, lo invita al suo capezzale per affidargli un compito al quale, in virtù della loro decennale amicizia, non se la sente di rifiutare. Al fine di ovviare a un disguido, l’amico gli affida in custodia una pistola che dovrà consegnare a chi, di quel disguido, è responsabile. Quell’arma segnerà il destino di Giuseppe per il resto della sua vita. Dopo averne illegalmente fatto uso, senza però essere scoperto, a distanza di nove anni da quella caldissima estate del 2003, i fantasmi del passato ritornano. Una casuale scoperta rivela che qualcun altro prima di lui ha utilizzato la pistola, e proprio nello stesso periodo. Quell’arma diventerà una scomoda protagonista intorno alla quale si muoverà una storia dal sapore amaro, tra il thriller e il noir, innescando vicende al termine delle quali il lieto fine si affaccia appena, con sembianze cupe, rese malinconicamente accettabili dall’inesorabile trascorrere del tempo.

Se vi siete incuriositi, trovate lo sviluppo della storia nel thriller di Giovanni GrossoL’uomo che trasportava terra”, edito da Sillabe di Sale: una storia che passa anche per la Pradera dei Picchi… Gli abbiamo fatto alcune domande:

Perché scrivi? Ho cominciato per gioco circa sette anni fa, quando mi è stato regalato un PC. «Sarò in grado di scrivere una storia, un thriller, che da anni ho in mente?» mi sono chiesto. Ne è nato il mio primo romanzo, 14 Luglio, pubblicato nel 2015 con un lusinghiero successo di critica e di lettori. Ora scrivere fa parte delle mie passioni come il cinema, la letteratura, (in particolare spy story e thriller, ma anche grandi autori), lo sport e il bricolage.

Quando scrivi? Al mattino presto metto su video quello che a volte penso nella notte: soffro un po’ di insonnia e ho trovato il modo di rimediarvi elaborando i capitoli dei miei romanzi.

Da cosa trai spunto? Nel primo romanzo ho utilizzato una storia che pensavo da anni. Il secondo, L’uomo che trasportava terra, è nato da una “fulminazione”.

Progetti? Al momento sto scrivendo il mio terzo thriller. Come già negli altri due, l’azione si svolge sul nostro territorio, in Piemonte e un po’ in Francia. È nato da una idea banale che ho dovuto rivedere, correggere, rielaborare ma che alla fine credo darà un risultato interessante.
Un progetto però è sempre ben presente quando scrivo: farlo con tanta passione augurandomi di trasmetterla ai miei lettori.

Un in bocca al lupo al nostro scrittore cumianese per il libro e per la sua carriera di scrittore. Vi lasciamo con un estratto del romanzo che gentilmente ci è stato concesso di pubblicare.

L’uomo che trasportava terra

Si accordarono per il giorno successivo. La località, conosciuta da ambo le parti, era la Pradera dei Picchi, un’area picnic a pochi km da Cumiana in provincia di Torino.

Sul luogo, Mercoledì pomeriggio 16 Luglio 2003, Giuseppe arrivò in anticipo. Non vedeva l’ora di sbarazzarsi dell’arma che tanti problemi gli aveva creato. Dallo shopper estrasse il panno con dentro pistola e caricatore da consegnare ai due fratelli in arrivo…

A prendere l’iniziativa fu la sorella, Margherita. Impugnò la pistola, poi il caricatore. L’espressione mutò. Prima di parlare guardò Giuseppe con rabbia.

<<Il caricatore di questa Beretta 70 calibro 7,65 Browning, può contenere otto pallottole. Mi spiega perché ce ne sono solo tre?>> chiese freddamente.

Giuseppe si aspettava questa domanda, ma ricordava di avere esploso solo tre colpi e non cinque. Non si fece cogliere di sorpresa.

<<La pistola ve la sto consegnando come mi è stata affidata.>> rispose tradendo insicurezza nella voce.

Margherita riprese pacatamente: <<Armando Sola, ligio al compito affidatogli, e questo mio fratello può confermarlo, eseguiva sempre la revisione delle armi, ripristinandone i caricatori affinché fossero pronte per le missioni successive. Questa pistola non faceva eccezione. Il 20 Giugno scorso, quando me la mostrò, il caricatore era pieno. Ripeto, perché ora i proiettili sono soltanto tre? Cosa ha fatto con questa pistola dopo averla avuta da  Armando?>>

Margherita interpretò il cambio di espressione sul volto di Giuseppe come una sorta di stupore perché sorpreso apprendere che lei avesse controllato meticolosamente l’arma.

Giuseppe cercò di riprendersi; sperava che la donna non avesse interpretato il suo sbigottimento immaginando cosa fosse realmente successo. I colpi da lui sparati contro i due ragazzi erano tre e non cinque: questo il motivo del turbamento!

<<Ho fatto una sciocchezza, mi sono trovato con una pistola in mano e non ho resistito alla tentazione. Ho sparato ad una lattina non tenendo conto dei colpi esplosi.>> concluse mentendo e mascherando il profondo disagio.

<<Al giudice di sorveglianza ho dichiarato di consegnare la pistola con il caricatore pieno,>> intervenne Andrea <<condizioni rilevate da mia sorella durante la visita ad Armando. Ora si tratta di recuperare i cinque proiettili mancanti. Lei ha un porto d’armi?>>

Giuseppe sbigottì. Quando intervenne Margherita scrollava ancora la testa in segno di negazione e dissenso.

<<Credo mio fratello voglia dire di occuparsene lei, di recuperare le pallottole. Incarico che la metterebbe in difficoltà. Ho capito che questa storia le è piovuta addosso inaspettatamente: lei ha voluto onorarla fino in fondo ignorandone i rischi. Ciò non toglie che l’uso che  ha fatto della pistola sia deprecabile. Ritengo doveroso assumermene la piena responsabilità. La colpa di questo disguido è solo mia.>>