Padre Maurilio: un bellissimo ricordo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

PADRE MAURILIO, “PAULISTA AD HONOREM” PER AMORE DEI SUOI POVERI
Non basterebbe un libro per raccontare la fede, la passione, l’entusiasmo, l’amore per i più deboli ed indifesi, le fatiche quotidiane e la gioia di stare con la sua gente che hanno costituito la vita di Padre Maurilio Maritano.
In Brasile dal 1969, Padre Maurilio ebbe modo di operare in varie realtà e luoghi dell’universo brasiliano ed ovunque lasciò il segno di un lavoro missionario autentico, sempre a fianco degli ultimi. Il suo dinamismo, la capacità di accompagnare le comunità insegnando loro a lavorare insieme, il suo grande amore per i giovani, con i quali ebbe sempre una sintonia totale, hanno fatto sì che le comunità in cui egli operava crescessero, e maturassero piena coscienza del significato dell’essere cristiani coerenti con il Vangelo e pienamente inseriti nella società, per migliorarla con il loro contributo.

UNA GRANDE VARIETA’ DI ESPERIENZE MISSIONARIE
Al suo arrivo in Brasile, dopo un breve periodo trascorso ad Assis per l’apprendimento della lingua portoghese, Padre Maurilio venne destinato a Porecatù, in Paranà, dove svolse la sua missione in due ambiti diversi. Il primo consisteva nell’accompagnamento dei lavoratori delle “fazendaz” (piantagioni di canna da zucchero e caffè), i quali sono costretti a vivere in condizioni di vera schiavitù. Il secondo riguardava l’attività con i giovani, da sempre al centro del cuore di P. Maurilio, cercando di dare loro una formazione umana e di impegno nel sociale. Molti di essi si impegnarono in un progetto di alfabetizzazione per adulti, con risultati molto positivi.
Nel 1972 fu trasferito a S. Paulo, dove venne chiamato a far parte del Consiglio Regionale Brasile Sud. Qui gli fu affidato l’incarico di seguire la missione di Vila Joaniza, regione sud di S. Paulo. Si dedicò quindi alla formazione di varie comunità, che oggi sono diventate parrocchie, lavorò con i giovani ed avviò movimenti sociali di organizzazione del popolo, per rivendicare diritti nel campo sanitario, per esigere, dal municipio e dallo Stato di S. Paulo, il mantenimento delle promesse di costruzione di vari ambulatori e di un grande ospedale. Il lavoro non fu vano, infatti attualmente sia l’ospedale che gli ambulatori sono pienamente operativi. A Padre Maurilio le occasioni per stare dalla parte dei poveri non mancarono mai. In quel periodo, come pure in molte occasioni successive, partecipò in prima persona alle manifestazioni popolari che toccavano da vicino la vita del suo popolo: l’assistenza sanitaria, la casa, il lavoro, la campagna per il disarmo, la lotta alla violenza in casa e nei quartieri, attraverso la promozione di una cultura di pace. Egli diceva: “Non potevo stare in chiesa a pregare che tutto andasse bene. Dovevo stare con la gente. Se non si pestano i piedi, in Brasile non si ottiene nulla”. In altre circostanze, per aver appoggiato i favelados che rischiavano lo sfratto, ricevette minacce e pressioni, ma non indietreggiò.
Nel 1987, dopo 15 anni a S. Paulo, su richiesta della Conferenza Episcopale Brasiliana (CNBB), fu inviato a Brasilia come direttore del Centro di Formazione Interculturale (Cenfi). Il centro promuove corsi di formazione per i missionari stranieri, cattolici e non, che qui imparano la lingua e la cultura brasiliana, e per i missionari brasiliani in partenza per l’Africa e l’Asia. L’ambiente ecumenico del centro offrì un’occasione preziosa di conoscenza reciproca e di dialogo interreligioso. P. Maurilio portò avanti con grande entusiasmo questo suo nuovo ruolo poiché era convinto che gli scambi arricchiscono la Chiesa universale e che il Cenfi svolgeva un grande lavoro in questo senso. Ma anche a Brasilia P. Maurilio non smise di camminare con i poveri: si schierò con i favelados che rischiavano di essere sfrattati dalla polizia. Dopo una resistenza pacifica, ma determinata, durata alcuni mesi, il provvedimento non venne eseguito ed oggi lì vi è un quartiere bello e ben organizzato.
Dopo 4 anni, nel 1991, su richiesta della direzione regionale del PIME, ritornò a S. Paulo.
Qui operò come parroco della Parrocchia S. Francisco Xavier, di circa 40.000 abitanti. Vicinanza ai poveri e slancio missionario furono, come sempre, i binari su cui Padre Maurilio organizzò la sua attività pastorale. Prima di iniziare il suo ministero nella parrocchia si preoccupò di conoscere la realtà in cui essa era inserita. Utilizzando le sue grandi capacità di coordinatore di gruppo, coinvolse una cinquantina di persone in una accurata indagine per individuare i settori prioritari di impegno; i dati raccolti furono poi sottoposti ad una riflessione di tutti i gruppi e, attraverso una assemblea parrocchiale, vennero scelte le linee guida: mondo del lavoro e disoccupazione, formazione – corsi di alfabetizzazione e corsi biblici – e preparazione di leader comunitari. Diceva Padre Maurilio: “La parrocchia non può rimanere chiusa in se stessa e su se stessa, deve raggiungere quelli che non la frequentano, decentrando le iniziative. Dato che la maggioranza della popolazione non sa neppure cosa sia la Chiesa, è indispensabile promuovere incontri nei quartieri favorendo la nascita di piccole comunità in cui ci si incontra per discutere i problemi quotidiani alla luce della Parola di Dio.” Da questa esperienza nacquero otto comunità di base con attività di catechesi che coinvolsero circa 90 catechisti e 700 ragazzi. Nelle Comunità ecclesiali di base si formarono in questi anni tante persone che ora ricoprono incarichi a livello comunale e statale. A proposito delle comunità, P. Maurilio affermava con semplicità: “Il prete non è padrone di nulla, è solo l’animatore della parrocchia. Nell’attuale situazione in Brasile molti sono scoraggiati e delusi. Tocca a noi preti dimostrare che insieme è possibile fare qualcosa”.
Per parecchio tempo ricoprì la carica di Vicario Episcopale in S. Paulo e a partire dal 1993 svolge anche il ruolo di coordinatore delle iniziative della Caritas Diocesana, in particolare attuando un progetto tra i meninos de rua (ragazzi di strada) della zona di Santo

P. Maurilio 2Amaro, periferia di S. Paulo. I ragazzi venivano avvicinati da educatori ed educatrici che li invitavano a recarsi al centro di accoglienza. Quando possibile, essi venivano aiutati a ricostruire i legami famigliari ed accompagnati nel loro reinserimento, se ciò non era possibile si cercavano istituzioni che potessero accoglierli. In seguito P. Maurilio mise in atto un altro suo progetto chiamato “Vida Nova” consistente in 5 case-famiglia, ciascuna abitata da una coppia di volontari che si prendeva cura di 7 – 8 bambini dando loro il calore, l’affetto di una famiglia.
A seguito di questa sua esperienza, e del lavoro che svolse dal 1975 tra l’infanzia abbandonata, i suoi superiori gli proposero di lasciare la parrocchia di S. Francisco Xavier per diventare ….”parroco di strada” e dedicarsi completamente agli ultimi: meninos e meninas de rua, drogati, barboni, ammalati di AIDS, prostitute e così via. Egli disse: “Ho sempre sognato una missione del genere, ringrazio il Signore che mi chiama. Ora posso dedicare tutte le mie energie a questi fratelli e sorelle che soffrono, e sono molti. E’ giusto che sia così, se ci sono persone sofferenti di strada, ci devono pur essere i sacerdoti di strada. I miei “parrocchiani” abitano nelle viuzze più nascoste e di notte cercano di rifugiarsi in qualche angolo scuro per non essere visti, specialmente dalla polizia. Come vivono? Più che vivere, cercano di non morire. Proprio per non morire ti vengono vicino e ti chiedono qualche cosa e se rifiuti sono anche capaci di prenderti ciò che hai e che loro non hanno. Ma non mi scoraggio, parto per questo lavoro con entusiasmo e molto ottimismo, anche se so per esperienza che i risultati saranno molto scarsi”.

P. Maurilio 3LA SUA MISSIONE FINO AL 2012
P. Maurilio portò avanti il suo lavoro nel sociale durante tutta la sua vita missionaria. Fu direttore del CESPAT (Centro Sociale Padre Aldo da Tofori), un centro di formazione per adolescenti e giovani della favela e della periferia sud di S. Paulo. Il centro, che viveva solo ed esclusivamente di donazioni, aveva un’enorme importanza poiché operava in un’area ad altissima concentrazione di popolazione, composta per la maggior parte di immigrati che, negli anni, dal nord-est brasiliano erano giunti nell’immensa metropoli alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita più umane. Purtroppo la realtà con cui dovettero confrontarsi era molto diversa dalle loro aspettative, essi si ritrovarono intrappolati in questi enormi “formicai” umani, sorti più per necessità che per un’opera organica di pianificazione urbana. In una tale situazione, la vita quotidiana presentava problemi enormi: carenza di strutture sociali di base e scuole, poche opportunità di lavoro, perdita delle radici culturali, violenza, droga, perdita di autostima ed incapacità di reagire ai problemi. Le persone più vulnerabili in questo contesto erano gli adolescenti ed i bambini che, passando le loro giornate in strada, diventavano vittime della droga e facile preda di violenti e malavitosi. Il CESPAT rappresentava per questi ragazzi un vero punto di riferimento; non solo quindi un centro di formazione in cui migliorare il proprio livello di istruzione, apprendere e sviluppare capacità professionali ma soprattutto un luogo dove essi venivano accompagnati nel loro processo di maturazione umana, sociale, culturale e religiosa. Il centro seguiva una media di 300 ragazzi l’anno, li aiutava a diventare adulti coscienti, informati dei loro diritti e doveri di cittadini e capaci di contribuire positivamente al miglioramento della società in cui vivevano. Nel centro i ragazzi potevano frequentare corsi nel settore informatico, grafico, linguistico e di formazione umana. Il motto del CESPAT era: “Sono venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv. 10,10) e descriveva perfettamente il suo grande progetto: accompagnare i giovani per aiutarli a diventare persone libere, in grado di vivere una vita degna.

Oltre a seguire il CESPAT e aver formato migliaia di giovani, P. Maurilio fu anche parroco di una vasta zona di favela e periferia, di circa 20.000 abitanti. Qui, negli anni, fondò varie comunità, due di esse hanno una chiesa, una delle quali si trova in una favela che è tra le più violente di tutta S. Paulo, mentre le altre si incontrano nelle case di alcuni parrocchiani, ma tutte hanno una caratteristica in comune: sono estremamente attive, mature e portano avanti un cammino cristiano, sociale e missionario veramente ammirevole.
Si può senz’altro affermare che P. Maurilio è stato uno dei principali artefici dei progressi sociali, umani e religiosi avvenuti in questa grande zona di S. Paulo nel corso degli ultimi 45 anni. Per questo motivo nel marzo 2003 la città di S. Paulo conferì a P. Maurilio la cittadinanza onoraria, egli l’accettò non a titolo personale, ma a nome di tutta la popolazione e la cerimonia si svolse proprio in favela, così da porre i favelados al centro dell’attenzione insieme a chi camminava ogni giorno con loro.

LA MISSIONE, UNA TRADIZIONE DI FAMIGLIA
Ciò che più colpiva di P. Maurilio, “piemontese paulista”, era il suo stile di vita pienamente missionario, con lo sguardo sempre rivolto verso i più deboli e con un ottimismo profondamente radicato nel Vangelo. Nella sua vita di missionario fu sempre evidente la traccia lasciata dal fratello, Monsignor Giuseppe Maritano (Dom Josè) vescovo di Macapà in Amazzonia, non a caso chiamato “il vescovo dei poveri”, morto nel 1992, dopo 56 anni di missione in Brasile. Di lui P. Maurilio seguì le orme quando, nel 1946, alla partenza di Dom Josè per il Brasile, annunciò alla famiglia la sua decisione di diventare missionario, come suo fratello maggiore. Con grande commozione rievocava spesso la figura del fratello vescovo: “Dom Josè ha segnato profondamente la mia vita, mi raccontava tutte le cose che faceva. Quando andavo a trovarlo mi mostrava la sua “cattedrale”: la capanna di due poveri vecchi molto malati. Là amava celebrare la messa e, con grande delicatezza, accudiva ai suoi amici”.
E come Dom Josè, da autentico missionario quale era, P. Maurilio non trattenne nulla per sé e con la sua forza d’animo e di cuore travolgenti, uniti ad una esemplare umiltà, continuò instancabilmente la sua opera tra i “suoi poveri”. A piedi, o con la sua vecchia Fiat Uno correndo tutto il giorno su e giù per le colline di S. Paulo, andando sempre dove lo chiamavano, da un malato, in una comunità, in un vecchio cortile o in una baracca sperduta in favela. E non si fermava mai.

GLI ULTIMI ANNI DI MISSIONEP. Maurilio 4
Tra il 2012 e l’inizio del 2013, a causa di mancanza di fondi, anche dovuti al grave periodo di recessione e crisi mondiale, il Cespat dovette chiudere le sue attività e questo fu un colpo molto duro per Padre Maurilio che visse questo momento con grande dolore, nonostante i numerosi ed importanti frutti che la sua opera aveva dato e continuava a dare. Da quel momento in poi, fino ad ottobre del 2015, Padre Maurilio si trasferì in una stanzetta della sua parrocchia e di lì continuò la sua missione di guida tra le sue varie comunità e continuando la sua opera di evangelizzazione di respiro internazionale, utilizzando tutti i mezzi telematici di comunicazione. La sua lettura e riflessione sui salmi e sulle letture quotidiane raggiungeva tutti i continenti ed era di aiuto e conforto per moltissime persone. Svolgeva la sua missione dell’annuncio con estremo rigore, nonostante la stanchezza ed i problemi di salute. Quante volte lo vidi addormentarsi sul breviario o a metà di una frase mentre registrava un commento, ma non desisteva mai, si riprendeva e non andava a dormire fin quando non avesse terminato il suo annuncio della Parola.
Ad ottobre 2015, per motivi di salute, dovette lasciare la sua parrocchia e le sue comunità. Fu un altro momento molto doloroso per lui e per il popolo che era stato il suo “gregge” per ben 46 anni. Fu trasferito nella città di Ibiporã, a circa 700 Km da S. Paulo, nella Casa del PIME “Regina degli Apostoli”, una casa per ritiri e per accoglienza di missionari anziani o con problemi di salute. Qui fu molto ben accudito dal punto di vista della salute, tuttavia sentì molto forte la lontananza dalle sue comunità, pur senza far pesare questa sua grande sofferenza.
Nell’estate del 2016, con grande coraggio, affrontò il lungo viaggio in l’Italia per far visita alla sua famiglia ed ai suoi amici, ma soprattutto per recarsi sulla tomba del fratello Mons. Giuseppe Maritano, meglio conosciuto come Dom Josè, e si prodigò per far sì che la figura del fratello non venisse dimenticata, data la grandezza di colui che fu definito “il vescovo dei poveri”. Nel 2017 la sua salute gradatamente peggiorò e fu ricoverato in ospedale per ben 5 volte, l’ultima venerdì 15 settembre e, dopo 6 ore di agonia, Dio Padre lo accolse tra le Sue braccia per colmarlo della Sua Pace e del Suo Amore.
Padre Maurilio non è più fisicamente con noi ma il suo spirito e l’eredità della sua testimonianza ci accompagneranno per sempre.

(Elisabetta Maritano, 17 settembre 2017)