A Cumiana la Mostra itinerante PRIMO LEVI – I GIORNI E LE OPERE

Sabato 11 aprile, presso il Municipio, verrà inaugurata la mostra Primo Levi. I giorni e le opere. Mostra itinerante del Museo Diffuso della Resistenza di Torino.

Pubblichiamo un articolo introduttivo di Luciano Poletto Ghella.

Era una forma assurda di ribellione – risponde Levi – Tu, fascista, mi discrimini, mi isoli, dici che sono uno che vale di meno, inferiore, unterer [basso, inferiore]: ebbene, io ti dimostro che non è così. … la montagna rappresentava proprio la libertà, una finestrella di libertà1.primolevi

Il giovane Primo Levi cercò in montagna rifugio e reazione alle leggi razziali. L’aveva sempre praticata, per consuetudine della famiglia borghese, prima delle difficoltà economiche in cui venne precipitata: escursioni d’estate, sci l’inverno. Prese a arrampicare per cercare con pochi amici, vecchi scarponi e nessuna preparazione specifica, la sfida anche estrema, i bivacchi gelidi. Un viaggio per la scoperta e l’affermazione di sé, contraddicendo il mito della razza imposto dal fascismo. Del significato della montagna e dell’alpinismo ci ha lasciato una frase insuperabile: “Liberi anche di sbagliare e padroni del proprio destino”.

Capitò anche a Cumiana e a Cantalupa: “… i Picchi del Pagliaio con il Torrione Wolkmann, i Denti di Cumiana, Roca Patanüa (significa Roccia Nuda), il Plȏ, lo Sbarüa, ed altri, dai nomi casalinghi e modesti. Quest’ultimo, lo Sbarüa, mi pare fosse stato scoperto da Sandro stesso, o da un suo mitico fratello 2.

Conoscendo bene la Valle d’Aosta (Cogne in particolare), quando la pressione razzista s’accrebbe salì in montagna con la madre e la sorella minore, entrando successivamente a fare parte della banda di partigiani di Amay, al Col de Joux (Lago di Brusson). Dove “… mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona fede e in malafede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente  3”. La banda fu dispersa di lì a poco e Primo Levi venne catturato. Il 20 gennaio del 1944 fu trasferito da Aosta a Fossoli (Modena), il campo di concentramento da dove i deportati partivano per la Germania.

In questo modo si compì il destino di Primo Levi. Da qui, da Fossoli, ebbe inizio una vicenda che lo sprofondò nell’inumanità, che lo costrinse a scrivere, appena tornato da Auschwitz, una straordinaria opera letteraria, “Se questo è un uomo”. Che lo imprigionò, per tutta la vita, nel bisogno insopprimibile di raccontare, di insegnare, di non lasciare svanire il ricordo.

Il grande amico Sandro, compagno di cordate, cadde ucciso a Cuneo, partigiano.

Dal suo ritorno prende avvio la carriera letteraria, inizialmente difficile. Si sviluppa procedendo dalla narrazione, in una scrittura inimitabile, dell’atroce viltà del Lager. Incideranno indelebilmente in lui il peso del dolore e l’incredulità di chi lo ascolta. Trova soccorso in un piccolo editore, De Silva, che stampa poco più di duemila copie del suo capolavoro, e finalmente in Italo Calvino, che scopre le sue pagine e ne dà una recensione entusiastica. Einaudi da principio rifiuta il testo e si dovrà attendere il 1958 perché Calvino, che scrive il risvolto, ormai condirettore per la letteratura, induca Einaudi alla pubblicazione di una nuova e in parte rinnovata edizione.

“Se questo è un uomo” inizia la sua trionfale diffusione nel mondo. L’Autore attende con ansia la traduzione in tedesco e la segue con minuziosa attenzione: “Eravamo entrambi perfezionisti: lui, [il traduttore] per ambito professionale; io perché, quantunque avessi trovato un alleato, ed un alleato valente, temevo che il mio testo sbiadisse, perdesse pregnanza.”

Nel 1963 esce “La tregua”. Narra il viaggio di ritorno di Primo Levi, attraverso sette Paesi: Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria, Germania. Un percorso tortuoso, fitto di personaggi che dividono lo stile succinto ma corposo, da grande scrittore maturo. Indimenticabile fra le altre la figura antinomica del Greco e la sua frase “Guerra è sempre”.

… qui, nella Tregua, in questa storia movimentata e variopinta d’una non più sperata primavera di libertà, la nota più struggente è quella d’una stretta angoscia, d’una non più medicabile tristezza4.

 La mostra  “PRIMO LEVI – I GIORNI E LE OPERE” offre ampia traccia della bibliografia di Primo Levi, dei suoi versi, dei romanzi e delle raccolte di racconti, fino alla riflessione finale sull’uomo e sul male di “I sommersi e i salvati”. Qui ci piace ricordare  “La chiave a stella”, Premio Strega 1978, e gli altri scritti, originati nel suo essere un chimico e dalla passione per i progressi della scienza. Condivide questa curiosità con Italo Calvino: entrambi lettori di Scientific American e dell’italiano Le Scienze, dedicano grande attenzione alle recenti scoperte scientifiche.

                         “Il sereno è cosparso d’orribili soli morti,

                           Sedimenti densissimi d’atomi stritolati”

 Sono due versi di “Le stelle nere”, poesia che Primo Levi scrive appena a conoscenza della scoperta dei Buchi Neri, esprimendo l’accostamento dei black holes a Auschwitz. Tema poi sviluppato in articoli che nella disperata angoscia della solitudine consentono qualche orizzonte di mesta speranza: “La miseria dell’uomo ha un’altra faccia, che è di nobiltà; forse esistiamo per caso, forse siamo la sola isola d’intelligenza nell’universo, certo siamo inconcepibilmente piccoli, deboli e soli, ma se la mente umana ha concepito i buchi neri, ed osa sillogizzare quanto è avvenuto nei primi attimi della creazione, perché non dovrebbe saper debellare la paura, il bisogno e il dolore?. In un altro famoso articolo su La Stampa stronca le tesi revisioniste che accomunavano i lager ai gulag: “Neppure dalle pagine di Solzenicyn, frementi di ben giustificato furore, trapela niente di simile a Treblinka ed a Chelmno, che non fornivano lavoro, non erano campi di concentramento, ma «buchi neri» destinati a uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere ebrei, in cui si scendeva dai treni solo per entrare nelle camere a gas, e da cui nessuno è uscito vivo5.

 Tre mesi dopo, 11 aprile 1987, Primo Levi morirà.

Riporto qui sotto l’entusiastica recensione, pubblicata su L’Unità, che Italo Calvino scrisse per “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

L’immenso patrimonio che questi due autori, scomparsi da non molto, rappresentano per Torino e per le nostre terre, si congiunge in queste righe coraggiose e lucidissime. Nell’occasione delle memorie della Resistenza, i due intellettuali e straordinari scrittori, uno deportato e l’altro partigiano, possono essere collocati alla loro testa al di là delle rievocazioni, per l’oggi e per tutti noi.

UN LIBRO SUI CAMPI DELLA MORTE

“Se questo è un uomo”

 C’era un sogno, racconta Primo Levi, che tornava spesso ad angustiare le notti dei prigionieri dei campi di annientamento: il sogno di essere tornati a casa e di cercare di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, ed accorgersi con un senso di pena desolata ch’essi non ascoltano, che non capiscono nulla di quello che loro si dice. Io credo che tutti gli scampati che abbiano provato a scrivere le loro memorie su quella terribile esperienza si siano sentiti prendere da quella pena desolata: di aver vissuto un’esperienza che passa i limiti del dicibile e dell’umano, un’esperienza che non potranno mai comunicare in tutto il suo orrore a nessuno, e il cui ricordo continuerà a perseguitarli con un tormento della sua incomunicabilità, come un prolungamento della pena.

Per fatti come i campi d’annientamento sembra che qualsiasi libro debba essere troppo da meno della realtà per poterli reggere. Pure, Primo Levi ci ha dato su questo argomento un magnifico libro (Se questo è un uomo, Ed. De Silva 1948) che non è solo una testimonianza efficacissima, ma ha delle pagine di autentica potenza narrativa, che rimarranno nella nostra memoria tra le più belle della letteratura sulla seconda guerra mondiale.
Primo Levi fu deportato ad Auschwitz al principio del ’44 insieme col contingente d’ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli. Il libro si apre appunto con la scena della partenza da Fossoli (vedi l’episodio del vecchio Gattegno) e in cui già si sente quel peso di rassegnazione di popolo ramingo sulla terra da secoli e secoli che peserà su tutto il libro. Poi, il viaggio, l’arrivo ad Auschwitz, e altra scena di struggente potenza, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, di cui mai più sapranno nulla. Poi la vita del campo: Levi non si limita a lasciar parlare i fatti, li commenta senza forzar mai la voce e pure senza accenti di studiata freddezza. Studia con una pacatezza accurata cosa resta di umano a chi è sottoposto a una prova che di umano non ha nulla.

Null-Achtzen, «zero-diciotto», il suo compagno di lavoro che ormai è come un automa che non reagisce più e marcia senza ribellarsi verso la morte, è il tipo umano cui i più si modellano, in quel lento processo d’annientamento morale e fisico che porta inevitabilmente alle camere a gas. Suo termine autentico è il «Prominenten», il privilegiato, l’uomo che si «organizza», che riesce a trovare il modo di aumentare il suo cibo quotidiano di quel tanto che basta per non essere eliminato, che riesce ad acquistare una posizione di predominio sugli altri e vivere sulla rovina altrui; tutte le sue facoltà sono tese ad uno scopo elementare e supremo: sopravvivere.

Le figure che Levi ci disegna sono dei veri e proprii personaggi con una compiuta psicologia: l’ingegner Alfred L., che continua a mantenere tra i compagni di sofferenze la posizione di predominio che ha sempre tenuto nella vita sociale, e quell’assurdo Elias, che sembra nato dal fango dei Lager e che è impossibile immaginare come un uomo libero, e quell’agghiacciante personaggio del dottor Pannwitz, personificazione del fanatismo scientifico del germanesimo. Certe scene raccontate dal Levi ci ricostruiscono tutta un’atmosfera e un mondo: il suono della banda musicale che accompagna ogni mattina i forzati al lavoro, fantomatico simbolo di quella geometrica follia; e le notti angosciose nella stretta cuccetta, coi piedi del compagno vicino al volto; e la terribile scena della scelta degli uomini da mandare alle camere a gas, e quella dell’impiccagione di chi, in quell’inferno di rassegnazione e di annientamento, trova ancora il coraggio di cospirare e resistere, con quel grido sulla forca: «Kamaraden, ich bin der Letzte!». Compagni, io sono l’ultimo.

 Italo Calvino, L’Unità, 6 maggio 1948

NOTE:

1 – Intervista di Alberto Papuzzi.

2 – Il Sistema Periodico.

3 – Paolo Mieli – Corriere, 16 aprile 2013.

4 – Italo Calvino, risvolto.

5 – Articolo “Buco nero di Auschwitz” – La Stampa, 22 gennaio 1987.