Intervista a Eyal Lerner: suonare per ricordare

Eyal Lerner è un musicista israeliano che è stato invitato dall’amministrazione comunale per presentare un suo spettacolo dal titolo “Che non abbiano fine mai”. Questa iniziativa è stata rivolta soprattutto alle scuole, ma anche a tutti i cumianesi, per sottolineare come il Giorno della Memoria debba essere un momento di riflessione comune.  

1) Perché e come è nato il tuo spettacolo? Lo spettacolo è nato qualche anno fa inizialmente per i comuni, poi sono rimasto affascinato dalla realtà della scuola e dalle sue potenzialità didattiche.

Eyal Lerner & Sergio Pugnalin - Foto di Luigi Zucca

Eyal Lerner & Sergio Pugnalin – Foto di Luigi Zucca

Lo spettacolo è diviso in due parti di cui la prima racconta, in modo abbastanza breve e sintetico, ma con diversi interventi musicali, la storia generale e le caratteristiche più tradizionali del popolo ebraico; mentre la seconda parte tratta più nello specifico della Shoah. Ho attuato questa scelta per due motivi: primo perché credo che la gente non conosca abbastanza questa cultura, che va appresa perché ha contribuito all’umanità condividendo le sue conoscenze, nonostante il popolo ebraico sia stato continuamente perseguitato; secondo perché credo che sia importante dare un contesto alla Shoah, trasmettendo l’atmosfera precedente al Nazismo, per creare sia dal punto di vista emotivo dello spettacolo che da quello storico uno shock. Quando non c’è un contesto riguardo ai conflitti tendiamo ad assumere una posizione sempre superficiale, perché i fenomeni in sé sono molto relativi al contesto.

2) Che cosa significa “Shoah” per il popolo ebraico, per coloro che l’hanno subita e non l’hanno solo vista come un fatto storico acquisito? Che strascichi ha lasciato? Che cosa è cambiato dopo nella cultura ebraica? La Shoah ha unito la tragedia di un popolo alle tragedie personali. Le cause che l’hanno portata non sono tuttora cambiate, e questo ci deve far riflettere molto. I miei nonni, da entrambi le parti, hanno subito in un modo o nell’altro la Shoah. Quelli materni erano degli ebrei polacchi poveri che sono dovuti scappare nelle foreste, e fu quasi impossibile per loro sopravvivere in quelle condizioni, e solo per caso non furono ammazzati. Mio nonno è stato un comandate partigiano in Bielorussia ed è sopravvissuto a tutto, ha anche salvato tanti ebrei, poi è venuto in Israele ed è morto a 29 anni nella guerra d’Indipendenza. Mio nonno era morto, mia nonna aveva sviluppato dei problemi psicologici per le persecuzioni, quindi mia mamma ed io abbiamo vissuto in queste condizioni. I residui della Shoah sono i suoi dolori, i sensi di colpa che i sopravvissuti hanno provato perché erano gli

Eyal Lerner - Foto di Luigi Zucca

Eyal Lerner – Foto di Luigi Zucca

unici ad essere rimasti in vita; questi sono elementi che sono entrati a far parte del mio DNA. La Shoah ha degli effetti che ancora si sentono; a volte, però, bisogna saper filtrare per andare avanti. Il dramma del popolo ebraico riguarda anche il tipo di peso da attribuire al passato, al presente e al futuro. I figli sono cresciuti in quest’atmosfera cupa in cui c’era qualcosa che non andava bene ma non se ne parlava, perché si provava vergogna ad essere vittima e non ci si sentiva in diritto di parlare, e questo è stato un doppio dramma. Sia io che mia madre abbiamo vissuto in questa atmosfera. Poi c’è stato il processo ad Eichmann e questo è stato molto “terapeutico”, perché ha fatto esplodere una voglia di testimoniare che prima non c’era; e da lì si è avviato un percorso che credo non sia ancora finito. I pochi sopravvissuti ancora in vita sono gli ultimi, e tocca a noi adesso prendere la bandiera e continuare questo lavoro contro ogni forma di ingiustizia, soprattutto quella razziale che è folle, perché il razzismo è, ancora oggi, una folle malattia mentale.

3) Le cause scatenanti della persecuzione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale non sono mai state rimosse del tutto e continuano ad essere presenti come modi di pensare. Perché proprio il popolo ebraico? Il popolo ebraico ha contribuito fortemente a tutta l’umanità in molti campi e, nonostante questo, è il popolo che è stato maggiormente perseguitato. Perché? È una risposta che ancora non riesco a darmi. Nei secoli è stata utilizzata la teoria sciocca e superficiale secondo la quale gli ebrei avrebbero in mano l’economia mondiale. Va bene, ci sono due banchieri ebrei molto famosi, ma da lì a prendersela con tutto il popolo ebraico è una follia. Si generano degli intrecci non coerenti in condizioni di crisi e di scarsa educazione, e questi miti che si creano diventano verità. Queste sono le cause che non sono cambiate, e non solo nei confronti degli ebrei. Questa indole errata di farsi convincere dall’apparenza, creandosi un’idea profonda focalizzandosi solo sulla punta di un iceberg, mentre sotto c’è un intero mondo che nessuno vuole conoscere, per poca curiosità o per arroganza ad arrivare subito alle conclusioni immediate e a lasciarsi trascinare dalla forza dell’interesse. La Shoah, infatti, era anche un interesse economico tedesco, ma non solo questo. Se pensiamo alle marce della morte, quando i tedeschi avevano già praticamente perso la guerra, capiamo che l’ideologia era più forte dell’interesse. Il popolo ebraico in tutta la sua storia non ha mai combattuto, tranne che nella rivolta del ghetto di Varsavia, una misera rivolta fallita, l’unico movimento di ribellione armata registrata in una storia di 2000 anni di persecuzione. È il popolo in assoluto più pacifico ed ha molto contribuito all’umanità. Questi aspetti vanno trasmessi, perché credo che non se ne abbia abbastanza consapevolezza. Un popolo che ha contribuito tanto, non ha mai fatto una rivolta e non ha mai preso una posizione politica in quanto popolo, è stato comunque ostacolato e massacrato solo perchè appartenente a tale etnia.

Eyal Lerner - Foto di Luigi Zucca

Eyal Lerner – Foto di Luigi Zucca

4) Per capire la Shoah bisogna essere in grado di trasformare i numeri in nomi. Come si può spiegare una situazione tanto estrema ai ragazzi giovani? Ho deciso di intrecciare la storia di una ragazza all’interno del racconto cronologico che faccio sul popolo ebraico (che è anche un po’ una lezione di storia); perché a volte dal micro si può comprendere il macro. Questa ragazza è una giovane donna, una poetessa coraggiosa, che ha lasciato la sua famiglia, ed è emigrata in Palestina per cercare una soluzione; ha deciso poi di arruolarsi nell’esercito britannico ed è diventata una paracadutista. Nonostante la presenza nazista in Ungheria, lei sceglie di collaborare per salvare gli ebrei presenti nel territorio, ma viene catturata e torturata pesantemente per estorcerle informazioni, e alla fine viene uccisa. È per questo suo piccolo-grande contributo che il titolo dello spettacolo è tratto da una delle sue poesie. Questa storia è molto particolare perché fa vedere un atto coraggioso compiuto da una ragazza giovane, e gli studenti si ritrovano così a simpatizzare per lei. Inoltre i ragazzi delle scuole vengono invitati a preparare qualcosa che sia inerente allo spettacolo; per questo ogni rappresentazione risulta diversa. Di solito scelgono delle testimonianze di altri, italiani soprattutto; io cerco di incoraggiarli a fare delle ricerche all’interno della famiglia o relative al luogo di origine. Tutti questi fattori (la famiglia, il territorio, la storia di una ebrea e le testimonianze) rendono la Shoah più a misura d’uomo (di ragazzo). Questa è secondo me la formula che funziona; poi l’accompagnamento della musica apre anche loro i cuori. Tutto ciò fa sì che diventi anche il loro spettacolo: non sono più solo passivi, ma si crea un legame che li mette in sintonia con questo fenomeno impossibile. Se loro riescono a sentirsi protagonisti e percepiscono la forza dello spettacolo, riescono poi a scaturire riflessioni non solo sulla Shoah, ma anche su altri problemi, sviluppando una consapevolezza più profonda.  

5) Questo per i ragazzi; e per gli adulti? Io la vedo così: il contadino butta tanti semi, poi innaffia e dopo arriva il sole; non può analizzare ogni seme, se riceve acqua a sufficienza e se poi diventa fiore. Io posso annaffiare e con calore dare sole nei momenti giusti e creare un legame con chi vuole fare un percorso; ho però capito che non è giusto cercare di cambiare le persone. Ma qualcuno è aperto e vuole mettersi in discussione; in questo caso spero che il mio spettacolo possa arricchire coloro che sono disposti a far radicare in loro il messaggio. La musica ha una grande forza: è in grado di mettere il cuore prima della mente. Per questo ha potere anche sugli adulti. Credo che oggi comunque ci sia una rinnovata curiosità riguardo la storia, perché si vede come certi fenomeni si stiano ripetendo, e allora si è costretti a porsi delle domande.

6) Tu hai scelto di formare un gruppo anche con musicisti arabi. Ma qual è la tua opinione sul conflitto israelo-palestinese? La questione israeliano-palestinese è una situazione opposta a quella accaduta durante la Shoah, nonostante ci siano ancora delle persone convinte che si possa creare un parallelismo. È un conflitto che può essere visto attraverso vari canali di analisi (storici, politici, etnici, economici, sociali) e in ognuna di queste visioni troveremo un mondo pieno di contrasti e di relativismo. La Shoah, invece, di per sé non è un conflitto su due fronti, ma un fatto storicamente indiscutibile.

Sergio Pugnalin - Foto di Luigi Zucca

Sergio Pugnalin – Foto di Luigi Zucca

Nel conflitto israeliano-palestinese ci sono talmente tanti fatti che creano un contrasto fra di loro, che io potrei vestire i panni di un palestinese ed esprimere una serie di ragionamenti assolutamente legittimi, ma allo stesso tempo potrei fare anche il contrario, il che dimostra che è una situazione profonda e difficile. È un conflitto che non dovrebbe chiudersi con una singola soluzione, ma con un’apertura, per cercare di comprendere tutte le parti, per capire tutti i fenomeni e le causalità complesse e contrastanti. Le posizioni cambiano anche con il tempo, perché la situazione oggettiva cambia ogni anno. Perciò schierarsi in modo netto ed estremo sia da una parte che dall’altra è un fallimento etico e sicuramente una sconfitta per un dialogo generale. Sarebbe come cogliere solo una parte della verità e questo equivarrebbe ad un pericoloso fallimento intellettuale. Certe conclusioni sono in continua evoluzione perché i fenomeni sono in continuo mutamento. Ad esempio l’ingresso dell’ISIS in Medioriente sta cambiando tutta la mappa di quei territori, e questo è un nuovo protagonista che solo fino a qualche anno fa non era presente e per questo modifica completamente tutte le caratteristiche. E questi “nazisti odierni” sono solo uno dei tanti dati di fatto, ma ce ne sarebbero migliaia. Io devo fare un discorso sulla pace, perché non posso permettermi che questo enorme conflitto influenzi la mia speranza; perciò nel mio piccolo devo lottare contro questa atmosfera, questo linguaggio, questa diffidenza, questo pericolo anche fisico. È una mia pace che parte dalla mia testa e dal mio cuore; per questo scelgo il dialogo. Credo che quello in cui viviamo sia un periodo di passaggio storico in cui dobbiamo dare più importanza a ciò che seminiamo rispetto a ciò che raccogliamo, perché, per quanto riguarda la pace, forse non abbiamo purtroppo il lusso di poter raccogliere ora. Chi vorrà raccogliere rimarrà molto frustrato nella sua vita e io ho deciso invece di seminare per il futuro. Allora cerco di seminare bene e sono contento, perché mi dà la sensazione che magari domani qualcosa di buono uscirà fuori, e questa è la cosa che mi guida di più. Mi sento una persona positiva che cerca di portare del bene con la musica. Dobbiamo diventare consapevoli dell’influenza che abbiamo nel nostro piccolo, perché abbiamo un potere quotidiano con cui possiamo decidere che dove sarebbe normale arrabbiarsi si può scegliere il sorriso. Sono cose piccole ma fanno una differenza colossale: scegliere il dialogo piuttosto della collera, scegliere l’umiltà piuttosto dell’arroganza. È una cosa molto impegnativa ma è lì che dobbiamo mettere la nostra energia, con la convinzione che chi semina raccoglie.

7) Ci sono diversi stili di musiche nel tuo spettacolo. Perché? Ci sono tre o quattro stili musicali ebraici molto conosciuti, e cerco di ripresentarli per la loro bellezza e per la loro grande diversità stilistica. Voglio quindi far passare un messaggio, senza affermarlo esplicitamente ma lasciandolo intendere agli spettatori, di una diversità che è presente all’interno del popolo ebraico. Perché questo popolo al suo interno è composto da 112 etnie diverse, e per questo anche il solo dire “Voi ebrei” è una follia. Con la musica riesco a far uscire questa diversità. I tre stili principali che ripropongo nello spettacolo sono la musica dell’Est Europa, quella della Spagna e quella israeliana, che è un po’ un connubio fra queste culture. Questi sono i tre stili più caratteristici, ma ce ne sono anche altri. Chiudo infatti anche con un canto italiano: “Auschwitz” di Guccini. Questa canzone mi piace in modo particolare perché trovo che abbia qualcosa di magico. Inoltre è anche giusto per me finire con un canto italiano, per affermare che la Shoah e la guerra dovrebbero essere parte del tessuto nazionale e della sua memoria, per quello che ha fatto il Fascismo e perché anche l’Italia è stata una vittima, e questo unisce il popolo ebraico a quello italiano.

Eyal Lerner & Sergio Pugnalin - Foto di Luigi Zucca

Eyal Lerner & Sergio Pugnalin – Foto di Luigi Zucca

8) Sono quindi queste le motivazioni che ti hanno spinto a venire a lavorare in Italia? No, in realtà sono venuto per studiare e per scappare da una realtà personale difficile in Israele. La mia scelta giovanile è stata spensierata e innocente, ma anche coraggiosa, perché a 23 anni sono venuto qua senza saper parlare la lingua, senza soldi, senza niente. Sono venuto in Italia lasciando la mia famiglia. Ma la decisione più difficile è stata aver deciso di rimanere, perché provavo molti sentimenti negativi all’inizio, nonostante la forte accoglienza italiana, che è poi stata una delle ragioni per cui sono rimasto. Probabilmente nella decisione di fermarmi c’era qualcosa di più grande di quello che poteva concepire la mia mente allora. La scelta di rimanere in Italia non è stata facile per conflitti miei personali: qui ho una casa, ma c’è anche un’altra casa e il cuore rimane sempre spaccato in due. Questo è il dramma di ogni straniero, per cui non si sente mai a casa da nessuna parte. In Israele mi sento a casa perché c’è la mia famiglia e ci sono i ricordi, perciò ho la sensazione che ci sia qualcosa che rinasca ogni volta che torno; però non vivo lì e l’abitazione dove invece risiedo in Italia non ha quei sentimenti e quelle sensazioni. Sono due case che dovrebbero completarsi, invece non riescono perché sono carenti e distanti. Oggi finalmente sono contento e sereno, però sono stati anni terribili all’inizio; un buio totale portato anche dal fatto che sentivo che non volevo continuare a fare musica classica. La musica classica è di per sé un po’ di nicchia; al suo interno c’è la musica antica e io suonavo il flauto dolce che è proprio il più “affaticato” in questo mondo della musica antica perché non possiede un’orchestra e ha un repertorio davvero molto limitato. Così ho deciso di non voler più continuare mentre non sapevo ancora che cosa desiderassi fare. È stata veramente dura, però oggi finalmente riesco a capire che tutti i passi che si sono succeduti dopo, erano necessari per arrivare a questo punto. Adesso infatti possiedo una certa ricchezza e diversità artistica e molti contenuti vitali che solo qua avrei potuto acquisire; anche se ora mi piacerebbe andare più spesso in Israele per vedere cosa posso fare là.  

9) Un’ultima domanda, forse la più difficile a cui rispondere. Ti ritieni il risultato di tanti semi che ha seminato qualcun altro? Sicuramente c’è un legame con il vissuto dei miei familiari, perché la loro vita non era solo un effetto sulla mia ma era probabilmente anche un richiamo. Spero veramente che in qualche modo le mie scelte possano influenzare la loro memoria, rendere giustizia a ciò che è stata la loro vita e rafforzarne la dignità. Credo che ciò che faccio sia un lavoro fra loro, me e gli altri; fra passato, presente e futuro. Creare questo necessita di una grande elaborazione dei sentimenti di identità, ma anche dei mezzi per riuscire a trasmettere tutto ciò, soprattutto nelle scuole. Vorrei riuscire a portare con me la testimonianza del popolo ebraico e anche quella dell’Italia durante la guerra: è quindi un lavoro di integrazione da parte mia con l’ambiente. Quando sento i ragazzi che leggono la testimonianza di un ebreo, sembra come se si fermasse il tempo e tutto diventa uno, diventiamo tutti uno; il passato, il presente e il futuro di questi ragazzi, il popolo ebraico, io e loro diventiamo una cosa sola, e questo è un sentimento molto forte e quasi mistico. Quando loro leggono, io mi siedo e ascolto e divento riflessivo, al contrario di quando faccio lo spettacolo che devo solo “dare”. Per me è un impegno emotivo fortissimo, ma quando vedo i ragazzi che raccontano, è come se prendessero loro la bandiera della testimonianza. Lì le barriere cadono completamente e non c’è più l’“ebreo” e l’“italiano”: siamo davvero un unico popolo che vive ed elabora la storia e l’ingiustizia per creare un mondo migliore.

 

Qui di seguito il video promozionale dello spettacolo